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da Pagine della Valle d'Aosta n. 9 - Dicembre 1998 Le medaglie dei Valdostani illustri di Pietro Giampaoli Di Laurent Ferretti Clicca sulle immagini per ingrandirle Il 27 febbraio 1998 è mancato a Roma Pietro Giampaoli, pochi giorni dopo aver compiuto 100 anni. Era considerato il più illustre incisore di medaglie e monete di questo secolo ed ha avuto un lungo e curioso rapporto con la Valle d’Aosta che mette conto di raccontare e…illustrare. Pietro Giampaoli nato a Buja in Friuli nel 1898 aveva partecipato alla Grande Guerra dove fu fatto prigioniero; in prigionia apprese, da un commilitone russo, i primi rudimenti dell’arte incisoria, per cui, rientrando in Italia nel 1920, si sentì in obbligo di compiere brevi studi d’Arte all’Accademia di Brera. Si stabilì in seguito a Roma, con un fratello coadiutore, ed iniziò a fare lo scultore e l’incisore, raggiungendo presto una certa notorietà, tanto da essere nominato nel 1936 incisore capo presso la Zecca di Stato. Le circostanze dell’ultima guerra portarono il Governo italiano (della R.S.I.) a trasferire una sezione staccata della Zecca ad Aosta (D.M. 1/5/44 n. 422) presso la società Nazionale Cogne dove da alcuni anni era stato messo a punto un procedimento per la fabbricazione di acciaio particolare per monete (acmonital – lega ferro-cromo-nichel). Questo fatto comportò il trasferimento di Pietro Giampaoli da Roma ad Aosta nella primavera del ’44 con tutta la sua famiglia, composta da moglie e dai 4 figli (un quinto nascerà ad Aosta nel 1945). Nel breve volgere di circa un anno, in mezzo alle difficoltà enormi del vivere quotidiano, fra tesseramento annonario, carenze di ogni genere, impossibilità di reperire viveri e materie prime, il nostro Giampaoli non solo svolse una quantità di lavoro creativo, ma riuscì ad allacciare amicizie, a conoscere i Valdostani illustri di quel tempo, a studiare i trascorsi storici della Valle, tutte le cose che trasfuse nella sua arte, come se la stessa fosse lo strumento con cui lui rivelava la comprensione e la gratitudine del suo animo per il paese che lo ospitava. Piccole circostanze crearono il legame Giampaoli con la Valle d’Aosta che durò poi tutta la vita. Queste circostanze furono favorite da due persone: la prima fu il canonico Giustino Boson della collegiata di S. Orso, che favorì l’inserimento culturale di Giampaoli nel suo ristretto ambiente intellettuale e la seconda fu un giovane tecnico Romolo Salino che gli fu affiancato dalla società Nazionale Cogne come collaboratore, il quale, lo aiutò nel lavoro con tutte le sue capacità, diventandone ammiratore, coadiutore e amico. Il canonico Boson, che era professore di letterature antiche all’Università di Milano e presidente dell’Accademia di S. Anselmo, gli fece conoscere Giulio Brocherel ed entrambi gli riassunsero e gli illustrarono la storia religiosa, politica e sociale del paese, sottolineandone gli aspetti caratteristici. Come vedremo nelle realizzazioni artistiche qui di seguito riprodotte, Giampaoli afferrò con straordinaria prontezza e capacità questi caratteri e riportò sulle medaglie una specie di affetto e di comprensione espressi in modo simbolico e poetico. È importante sottolineare che questa breve parentesi valdostana di Giampaoli, è ricordata dai suoi cultori come: “una frase della sua evoluzione di artista che attinse quassù delle ispirazioni rinascimentali, che si ritrovano per esempio nel mirabile ritratto della moglie che diverrà il celebre modello della moneta di argento da 500 lire”. Il numero di medaglie eseguite da Giampaoli ad Aosta che si aggira sulla trentina, in parecchi casi con più esemplari, di cui gran parte con dritto e rovescio, altre uniface, di diametro e di dimensioni diverse (riprodotte col pantografo), richiedevano grosse quantità di bronzo da fusione. Il modello era preparato in gesso, riportato sulla terra refrattaria, in cui veniva colato il bronzo fuso, ma il bronzo era materia prima bellica ed era rarissimo. Fortunatamente si prevedeva fin da allora la fine della guerra e alla Società Cogne, fra l’allentamento della sorveglianza e l’arte di arrangiarsi degli italiani, il materiale per le fusioni (rottami di tubi, bronzine, rubinetti) erano procurati dal signor Salino e da altri impiegati Cogne, per alimentare i crogioli in perenne funzione del nostro artista che alternava lavoro creativo, esperimenti di incisione sull’acciaio inossidabile, nuovi elementi correttivi delle fusioni e il delicato lavoro di finitura e di patinatura delle medaglie. È da notare che anche il rapporto di Giampaoli con la Società Cogne proseguì nel tempo fino a questi ultimi decenni. Il signor Salino racconta che Pietro Giampaoli per il suo lavoro utilizzava l’angolo di una stanzetta in cui vi era una forgia con un crogiolo, forgia alimentata dal carbone coke raccattato in stabilimento, e su un piccolo tavolo stavano, in pittoresco disordine, un centinaio di incisioni iniziate, corrette, modificate, in finitura o finite, e questa era la modesta fucina della sua feconda attività d’artista. Il sensibilissimo Giampaoli incise per prime, due diverse medaglie del suo protettore canonico Boson di cui una ha la leggenda in cerchio scritta in caratteri ebraici, poi fece la serie dei grandi Santi: S. Anselmo con la chiesa di S. Benin al rovescio, S. Orso con il campanile e le montagne, S. Grato nei pressi di Pila – poi ritrasse Giorgio di Challant con il castello di Graines (in due modelli diversi), il priore Renato di Challant con il priorato di S. Orso, l’abate Pierre Chanoux con il suo ospizio del Piccolo San Bernardo. E ancora, il prof. Giulio Brocherel con il Monte Bianco in cui domina la piccozza. L’abate Cerlogne con la chiesa di Saint-Nicolas; l’abate viene definito: “soldato, sacerdote e vate”; riproduce poi in perfetto patois l’inizio della canzone natalizia scritta dallo stesso abate “De net luna leumiere, i berdze l’a paru, un andze vin leur dire, lo sauveur l’è neissu”. Altri preziosi ceselli sono quelli della guida Emilio Rey la cui scomparsa fu cantata da Giosuè Carducci alle esequie del luglio 1895, anno in cui la celebre guida alpina cadde in montagna. Infine un severo monsignor Imberti, vescovo di Aosta, con lo stemma vescovile. In altre medaglie ricorda la Cogne, la miniera, l’acciaieria, i grandi dirigenti dell’epoca, le loro mogli e figlie, la tragedia degli operai morti in montagna. Tre ceselli rappresentano l’uomo e la sua famiglia. Il primo è il suo autoritratto con al rovescio il fiore di cardo; il secondo sua moglie Letizia Savonitto e i suoi quattro figli piccoli al rovescio: il ritratto della moglie, perfezionato nel 1947, divenne nel 1957 la figura delle 500 lire in abito rinascimentale con un profilo perfetto; il terzo è suo figlio Giuseppino oggi architetto a Roma. Per chiudere dirò ancora che il Giamapoli per dono di nozze al giovane amico Salino fece il suo ritratto e quello della fidanzata Delfina Masoero come attestazione della sua stima e della sua amicizia. Tutte le medaglie e le monete di Giampaoli sono giudicate …”esemplari, per la raffinatezza plastica e compositiva, in cui ogni particolare è curato con grande rigore e in cui le leggende integrano e completano la figurazione diventando esse stesse un motivo determinante dell’ornamento”. Nelle medaglie valdostane risalta l’abilità scultorea e ritrattistica, talvolta con stili lievemente diversi per via del mutato spessore e profondità dell’incisione, mentre i simbolismi e le allusioni sono certamente i più adatti e non possiamo che rimanere stupiti dinanzi a così felici interpretazioni degli uomini della Valle e del loro contesto di vita. Se i valdostani vorranno dedicare un po’ di attenzione alle fotografie delle medaglie qui riportate, non potranno che sorprendersi e rallegrarsi che un artista, ricco di particolare sensibilità, sia stato capace in breve tempo di fondere, ammirazione e gratitudine, in un linguaggio artistico che non poteva che scaturire dal prodotto del cuore. |