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da Cronaca Numismatica n. 45 - Settembre 1993 Così ho scelto le top-900 della collezione Pautasso di Claudio Gallo Il mio interessamento alla numismatica risale all'autunno del 1985 quando ho conosciuto Mario Orlandoni, presidente del Circolo Numismatico Valdostano, il quale, facendomi visionare la propria collezione numismatica, suscitò in me un vivo interesse per lo studio della monetazione antica e medievale. Sono rimasto soprattutto favorevolmente impressionato dalla bellezza dei suoi sesterzi, veri e propri capolavori d'arte, pezzi unici in quanto coniati manualmente dai romani uno per uno. L’allestimento della sezione numismatica del Museo archeologico della Valle d’Aosta, dedicata ad Andrea Pautasso, è stato il mio primo importante impegno di carattere numismatico da quando nel novembre del 1990 ho preso servizio presso la Soprintendenza ai Beni Culturali della Valle d’Aosta. Si è trattato di un lavoro molto impegnativo, iniziato insieme a Mario Orlandoni nel gennaio del 1993, proseguito e terminato da solo nell’aprile dello stesso anno dopo che Orlandoni aveva dovuto smettere per motivi di salute. Mi sono trovato a gestire un patrimonio di 6.917 monete che coprivano un arco storico di 2.500 anni per arrivare alla scelta definitiva delle quasi 900 monete esposte. Lo studio e la classificazione di molte monete completamente nuove hanno suscitato in me un grande fascino. Mi riferisco in particolar modo alla monetazione fusa di alcune regioni italiche: agli «aes» rude», questi pani di rame all’inizio senza una forma precisa usati in sostituzione della moneta-bestiame nelle regioni italiche dal VI secolo a.C. Sotto il re Servio Tullio, nel 574 a.C., queste «monete» dovevano perfezionarsi assumendo, una forma più regolare, in genere quadrangolare a Roma ma anche di altre forme fuori Roma, con impronte su uno o su entrambi i lati: l’ ”aes signatum”, è il primo vero esempio di monete in quanto su di esse c’è un’impronta ufficiale e sono emessi sotto il controllo e la garanzia dello Stato. In seguito si passerà ad una moneta con un peso più preciso, che circolerà dal 335 al 286 a.C. e si chiamerà «aes grave» o «aes librale» del peso di 327 grammi con sottomultipli il semisse, il triente, il quadrante, il sestante, l’oncia e la semioncia. Nel 268 a.C. viene introdotta la moneta d’argento, questa volta coniata e non fusa. La serie libbrale romana, dall’asse al sestante, è in esposizione al Museo. All’inizio si era pensato di allestire una sezione espositiva costituita solamente da monete celtiche, in onore di Andrea Pautasso che aveva dedicato gran parte della sua vita allo studio di tali monete.
Le copertine dei due volumi delle opere di Pautasso pubblicate dalla Fondazione che porta il nome del grande studioso.
Poi, valutata la consistenza della donazione e considerata l’ampia scelta di monete a disposizione, che coprivano ampiamente quasi tutte le principali epoche storiche dal punto di vista numismatico, si è ritenuto opportuno dividere la sezione in sette gruppi dedicati rispettivamente in ordine cronologico alle monete celtiche, greche, italiche fuse, romane imperiali, bizantine, medievali e sabaude. Queste ultime sono state acquistate dalla sorella di Pautasso da parte dell’Amministrazione regionale della Valle d’Aosta. Così sono stati «aperti» alla visione del pubblico autentici gioielli, come, per quanto riguarda la monetazione greca, lo statere d’oro di Alessandro Magno (336-323 a.C.) coniato in Macedonia con al dritto la testa di Atena con elmo corinzio rivolta a destra e al rovescio la Nike andante a sinistra;
Statere d'oro di Alessandro Magno (336-323 a.C.) con la testa di Atena con elmo corinzio e Nike andante.
oppure lo splendido tetradramma d’argento coniato a Pamphylia dal III al II sec. a.C. raffigurante gli stessi personaggi dello statere d’oro già citato, però con la contromarca originale impressa dal governo greco dell’epoca per garantire la qualità del metallo contro ogni falsificazione. Non si può non rimanere incantati di fronte all’alta qualità artistica espressa dalle raffigurazioni di alcune monete celtiche presenti, quali lo statere d’oro degli Ambiani, popolazione stanziata a nord della Senna tra Dieppe e Amiens, nel Bacino delle Somme, che coniò i primi aurei nella seconda metà del II sec. a.C.; se il dritto ha una superficie liscia, al rovescio appare un bellissimo cavallo stilizzato andante a destra. E che dire dello splendido statere d’argento del Norico, antica regione confinante con il Danubio, la Rezia, la Pannonia e le Alpi Carniche? Raffigura al dritto una testa diademata rivolta a sinistra e al rovescio un cavallo andante a sinistra, scelto per essere riprodotto sul manifesto e sulla locandina serviti a pubblicizzare l’inaugurazione del Museo.
Statere d'argento del Norico; al dritto testa diademata e al rovescio cavallo andante (questa moneta è stata scelta per il manifesto che pubblicizza la mostra).
Rimanendo sempre nel Norico non si può non citare il tetradramma d’argento recante al dritto, nella superficie convessa, una stupenda testa e al rovescio, nel concavo, Zeus in trono con un’aquila nella mano destra e uno scettro nella sinistra. Proseguendo nell’itinerario storico si approda alle monete imperiali romane; balza evidente all’occhio dell’esperto la mancanza di monete coniate durante il periodo repubblicano di Roma ma nulla vieta in futuro di arricchire la collezione con acquisti mirati a coprire i più importanti vuoti dal punto di vista storico e numismatico. Vuoti che appaiono nella massima evidenza scorrendo la prima vetrina delle monete romane imperiali: si nota la mancanza di personaggi che hanno avuto una parte rimarchevole nella storia dell’Impero romano come Claudio I, Nerva, Traiano e Adriano, i quali, però, saranno presenti in un’altra sezione che sarà allestita in seguito e che presenterà le principali monete trovate nel corso degli scavi archeologici in Valle d’Aosta, Mi preme sottolineare l’alta qualità del materiale numismatico presente nella seconda vetrina delle monete dedicate all’Impero romano con la presenza anche di tre aurei. Passando alle monete bizantine si nota una cospicua varietà di aurei: solido, semisse, tremisse e i curiosi «scodellati»: istameno, aspro in elettro e iperpero. Nelle due vetrine riservate alla monetazione medievale spiccano il genovino di Simon Bocca Negra (1339-1345), gli scudi larghi dei Dogi Biennali di Genova rispettivamente del 1682 e del 1693, lo scudo di Vincenzo I Gonzaga di Casale (1594), il ducatone di Filippo IV di Spagna di Milano (1621-1665), i talleri di Carlo II di Spagna e di Maria Teresa d’Austria di Milano rispettivamente del 1676 e del 1778, io zecchino di Francesco Foscari di Venezia (1423-1457), lo scudo d’oro di Andrea Gritti di Venezia (1523-1539),il ducato d’oro di Francesco Morosini di Venezia (1688-1694) e il fiorino dì Firenze (1189-1532). Infine, tra le monete sabaude, da notare il testone di Emanuele Filiberto del 1560 coniato nella zecca di Aosta (che fu attiva dal 1549 al 1588 con Carlo II dal 1553 al 1577, con Emanuele Filiberto dal 1553 al 1580 e con Carlo Emanuele I dal 1580 al 1588 anno in cui chiuse definitivamente), il ducatone con il centauro di Carlo Emanuele I del 1588, lo scudo di Vittorio Amedeo II coniato nel 1690 sotto la reggenza della madre e lo scudo di Carlo Emanuele III del 1763. |