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da Cronaca Numismatica n. 132 - Luglio/Agosto 2001 Per Giove! Quante monete sul Gran San BernardoDELLE OLTRE 2.000 RITROVATE SUL COLLE IL MUSEO DELL’OSPIZIO NE ACCOGLIE 57 PIÙ 3 MEDAGLIE La ragione del rinvenimento di tante monete a 2.473 metri d’altitudine è data dal fatto che in epoca romana, nel luogo di sosta dopo l’ascesa al colle, era venerato il dio Penn chiamato Iuppiter Poeninus dai Romani: è lì che i viandanti facevano offerte al dio, al fine di propiziarsi il viaggio. Là dove sorgeva il tempietto votivo distrutto nel 576 dai Longobardi, Bernardo di Mentone, nel 1050, edificò l’Ospizio oggi sede del Museo. Delle monete ritrovate nel corso degli scavi - i primi effettuati dal 1760 al 1764, gli ultimi nel 1893 - 492 sono galliche, 1.625 romane e 22 medievali. Di Claudio Gallo Duecento metri oltre il confine tra Italia e Svizzera si trova il Museo dell’Ospizio del Gran San Bernardo in cui sono conservati numerosi reperti archeologici rinvenuti sulla sommità del colle negli scavi condotti negli ultimi due secoli, fra cui 57 monete (16 celtiche, 20 romane imperiali, 21 tra medievali e moderne) e 3 medaglie, delle 2.000 tutte raccolte sul posto e che si conservano a Losanna.
La ragione del rinvenimento di un tale numero di monete al colle del Gran San Bernardo (2.473 metri d’altitudine) è data dal fatto che in epoca romana, nel luogo di sosta dopo l’ascesa al colle, era venerato il dio delle vette montane Penn chiamato Iuppiter Poeninus (Giove Pennino) dai Romani: al dio Penn i viandanti offrivano monete, ai piedi di una rupe sacra, durante la sosta nell’attraversamento della via dell’Alpis Poenina (importante arteria di comunicazione tra il Nord Europa e l’area mediterranea), al fine di propiziarsi il viaggio. Secondo Plinio il Vecchio l’antica denominazione del colle come Summus Poeninus (tradizione già ritenuta erronea da Tito Livio) risale al geniale passaggio di Annibale (Poenus) attraverso le Alpi (218 a.C.). Probabilmente, a partire dall’epoca giulio-claudia, cioè dalla prima metà del I secolo d.C., a giudicare dai bolli sui frammenti di tegole ritrovati negli scavi, in questo luogo oggi chiamato Plan de Jupiter (o Piano di Giove), di fronte alla rupe sacra venne innalzato un piccolo tempio votivo dedicato appunto a Iuppiter Poeninus. Nello stesso periodo con ogni probabilità furono edificate anche due mansiones, dove i viandanti potevano rifocillarsi, dormire, ferrare i cavalli e... incidere le placchette votive da appendere alle pareti del tempio come offerta al Summus Poeninus. Quasi sicuramente fu l’imperatore Claudio (41-54 d.C.), che mirava a conquistare la Britannia, a far trasformare il sentiero che attraversava il colle in una strada agevole e percorribile dai carri, quasi completamente intagliata nella roccia.
La distruzione del tempio e delle due mansiones che fiancheggiavano la strada avvenne all’incirca nel 570 con il passaggio dei Longobardi: un’attenta ricognizione condotta nel corso degli scavi del 1893 sui resti degli edifici ha consentito di individuare tracce d’incendio. Quasi subito, nel 576, le due mansiones vennero restaurate dal re di Borgogna, mentre papa Adriano I nel 784 chiese a Carlo Magno di proteggere gli ospizi posti sulle strade più alte delle Alpi: le monete carolinge ritrovate al Plan de Jupiter testimonierebbero l’esistenza di un rifugio nel IX secolo. Tra il 921 e il 972 il territorio del Vallese fu teatro delle scorribande dei Saraceni, provenienti dal sud della Francia, che devastarono ciò che rimaneva delle mansiones al colle del Gran San Bernardo prima di essere cacciati dalle popolazioni locali. Quando Bernardo di Mentone, arcidiacono di Aosta, arrivò al colle nel tentativo di restituire sicurezza a questo importante passo alpino, intorno al 1050, degli edifici precedenti non doveva rimanere molto. A 250 metri dal Plan de Jupiter, oltre il laghetto, che oggi è in territorio svizzero, Bernardo, con i suoi confratelli, fondò il celebre Ospizio reimpiegando anche il materiale degli edifici distrutti. Qui i viandanti potevano di nuovo trovare rifugio tra le Alpi.
I primi scavi nell’area sacra del Plan de Jupiter, effettuati tra il 1760 e il 1764 dai canonici Laurent Murith e Isidore Darbelley, portarono alla scoperta di un primo nucleo di monete galliche e romane oltre a numerosi oggetti di bronzo che andarono a costituire la prima raccolta del Museo dell’Ospizio: placchette votive, statuette di divinità e animali, utensili da lavoro, armi offerte dai militari di passaggio, vasi, piccole anfore e lucerne. Le monete galliche e alcune monete romane repubblicane sono state ritrovate solo intorno alla rupe sacra mentre quelle imperiali sono state rinvenute nel punto in cui sorgeva il tempio: ciò significa che con la romanizzazione del luogo le monete galliche non avevano più corso legale ed erano mutate anche le usanze religiose.
Le monete celtiche appartengono in prevalenza alle popolazioni transalpine che abitavano i territori confinanti con il colle delle odierne Svizzera occidentale e Francia orientale, fino alla valle del Reno e al mare del Nord. Sono poi numerose le monete di imitazione massaliota — cioè imitanti i conii della romana Massilia (Marsiglia) di cui è nota la frequenza nella Gallia cisalpina; queste appartengono per lo più all’ultimo periodo della monetazione gallica, cioè al I secolo a.C., quando si intensificarono le relazioni tra la stessa Gallia cisalpina, la Gallia orientale e la Germania.
Nel 1837 la contessa Calleri Sala fece eseguire alcuni scavi e ritrovò altre monete e tavolette votive. L’anno seguente lo studioso Carlo Promis (il primo che ha condotto studi scientifici sulle antichità della Valle d’Aosta), dopo una breve campagna di scavo, escludeva la possibilità di trovare altro materiale archeologico nella zona, ma la sua tesi fu smentita dai canonici dell’Ospizio Pierre-Joseph Meilland (nel 1860), Jean Marquis (dal 1871 al 1874) e Henri Lugon (nel 1883) i quali, esplorando la zona, trovarono ancora monete e oggetti rituali.
Successivamente, fra il 1888 e il 1893, gli archeologi Pompeo Castelfranco ed Ermanno Ferrero diressero gli scavi al Plan de Jupiter per conto del Governo italiano e misero in luce il piccolo tempio dedicato a Iuppiter Poeninus, i resti delle due mansiones e della strada romana tagliata nella roccia, 74 monete celtiche e 303 monete romane, delle quali 27 repubblicane e 276 imperiali, trovate quasi tutte nel luogo dove presumibilmente esisteva il tempietto. Le monete, insieme agli oggetti scoperti da Castelfranco e Ferrero, furono cedute (a titolo di deposito perpetuo) dal Governo italiano al piccolo Museo archeologico già esistente presso l’ospizio in territorio svizzero. In seguito, poco dopo il 1900, l’area sacra subì notevoli danneggiamenti quando i religiosi dell’Ospizio estrassero materiali per costruire l’alta base della statua di San Bernardo eretta proprio sulla roccia sovrastante le tracce del tempio romano. L’ultima campagna di scavo di cui si è a conoscenza — condotta da Pietro Barocelli nel 1932 — ha interessato essenzialmente la mansio a sudovest del tempio, senza ottenere però apprezzabili risultati.
Complessivamente i ritrovamenti nell’area sacra nel corso degli scavi effettuati dal 1760 al 1893 ammontano a 492 monete galliche, 1.625 romane e 22 medievali. Delle monete galliche ben 105 risultano appartenere alla popolazione dei Veragri, che abitavano la zona di Martigny. Delle monete romane, 157 appartengono all’epoca repubblicana, mentre le altre 1.468 sono tutte imperiali: 547 dell’epoca giulio-claudia (27 a.C.-68 d.C.), 85 da Galba a Domiziano (68-96 d.C.), 152 da Nerva a Commodo (96-192 d.C.), 37 sono dei primi due secoli dell’Impero, ma per la pessima conservazione non sono singolarmente attribuibili, 147 vanno da Pertinace a Valeriano I (193-260 d.C.), 160 da Gallieno a Carino (253-285 d.C.), 265 da Diocleziano a Gioviano (284-364 d.C.) e 75 da Valentiniano I ai figli di Teodosio (364 — inizi del V secolo d.C.). Non sono state trovate monete del VI e VII secolo e questo perché dopo la scarsa produzione monetaria dei Goti, cessata nel 553, i Longobardi e i Merovingi (la prima dinastia che governò sui Franchi) coniarono quasi esclusivamente monete d’oro (solidi e soprattutto tremissi), che non erano alla portata dei ceti medio bassi e che servivano esclusivamente per il commercio all’ingrosso e il pagamento dei tributi.
Con le riforme monetarie prima di Pipino il Breve, alla metà dell’VIII secolo, e in seguito di Carlo Magno — che ritirarono l’oro e introdussero il denaro d’argento come moneta unica — la disponibilità monetaria tornò a crescere e il ritrovamento, nel corso degli scavi, di monete carolinge dei secoli VIII e IX ha un’importanza notevole in quanto costituisce l’unica testimonianza della vitalità del luogo in quel periodo. Delle 22 monete medievali rinvenute le più importanti sono proprio quelle carolinge, costituite da un tremisse d’oro e da cinque denari d’argento rispettivamente di Carlo Magno (due), Ludovico il Pio, Lotario I e Carlo il Calvo. |