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da Monete Antiche n. 30 - Novembre/Dicembre 2006 Lo sfortunato imperatore Valeriano I Di Matteo Truddaiu
Fig. 1 (Valeriano I. Aureo, circa 257. Zecca di Roma, R.I.C. 46).
Prima campagna in Oriente Shapur I (240-270/2), dopo la conquista dell’Armenia negli anni 252-253 e la sua successiva annessione come provincia dell’impero sassanide[1], aveva proseguito le sue incursioni nel vicino Oriente romano approfittando del vuoto di potere che si era generato nelle province orientali verso la metà del III° sec., colmato parzialmente da Uranio Antonino (248-254), sacerdote di Elagabalo a Emesa, che tentò di mantenere saldo il potere di Roma in Siria opponendosi con forza e caparbietà al dilagare dell’Impero sassanide fino all’arrivo delle truppe di Valeriano. A complicare ulteriormente lo stato delle cose vennero ad aggiungersi le scorrerie dei Goti, che, tra il 253 e il 254, arrivarono ad assediare Tessalonica e avanzarono sino a Nicomedia e a Prusa. Questa era la situazione che Valeriano si trovò ad affrontare in Oriente sin dall’inizio del suo impero (253), era urgente ed indispensabile la sua presenza lì, per tentare di riportare ordine nelle province. Purtroppo dovettero passare molti mesi prima che gli impegni del suo primo anno di governo e le pressioni lungo il confine Retico-Pannonico permettessero a Valeriano di recarvisi.
Fig. 2 (Valeriano I. Antoniniano, circa 254. Zecca di Antiochia, R.I.C. 286).
L’imperatore, partito all’inizio del 254, riuscì con enormi sforzi a riportare un po’di pace e stabilità in Oriente e a celebrarsi quale RESTITUT ORIENS[2]. Antoniniani che riportano questa legenda sul rovescio furono battuti da entrambi gli Augusti (Tab. 1 e 2). Valeriano fece quindi ritorno a Roma durante i primi mesi del 256, ma la sua permanenza in occidente non era destinata a durare a lungo.
Seconda campagna in Oriente Valeriano dovette prontamente fare ritorno in Oriente nell’autunno del 256 per fronteggiare i nuovi attacchi dei Goti in Anatolia e dei Sassanidi che avevano conquistato (in quel breve lasso di tempo) Antiochia e Dura Europos e saccheggiato numerosi altri importanti centri della Siria e della Mesopotamia. L’Occidente e il compito di rintuzzare le invasioni di Franchi e Alemanni fu nuovamente lasciato nelle mani del figlio Gallieno. Giunto in Oriente, Valeriano riprese con facilità la città di Antiochia e lì costituì il suo quartier generale per le operazioni militari. Nel corso di questi anni di permanenza in Oriente (256-259) l’imperatore, coadiuvato da ottimi generali, riportò sicuramente piccole e grandi vittorie nei confronti di Shapur; prova ne è la legenda che celebra appunto la VICTORIA PARTHICA sul rovescio degli antoniniani coniati sia da Valeriano che dal figlio Gallieno tra il 256/257 e il 259[3] (Tab. 1 e 2), purtroppo però nessuna di queste vittorie pose fine all’annoso conflitto con i Sassanidi che straziava il vicino oriente.
Fig. 3 (Valeriano I. Antoniniano, circa 259. Zecca di Mediolanum, R.I.C. 262).
Durante questo secondo periodo di campagne militari in Oriente, oltre a coniazioni celebranti le vittorie sull’Impero sassanide, vennero messe in circolazione monete di diversi valori (vedi Tab. 1 e 2) che recavano la legenda ORIENS AUGG: espressione della volontà di inneggiare al legame indissolubile tra gli Augusti e le province orientali che si trovavano sotto la loro egida.
Tabella 1 (Valeriano I, legende che riguardano l’Oriente).
Fig. 4 (Valeriano I. Antoniniano, circa 258 Zecca di Lugdunum R.I.C. 10).
Tabella 2 (Gallieno, legende che riguardano l’Oriente).
Fig. 5 (Cammeo rappresentante la cattura di Valeriano da parte di Shapur I da Ghirshman R. Arte Persiana. Parti e Sassanidi. Milano 1962).
La cattura Durante l’estate del 259 Valeriano, impegnato a rispondere a un’ ulteriore offensiva persiana entrò in Mesopotamia con un esercito numeroso, ma già fiaccato moralmente e fisicamente da un’epidemia di peste. Fu così che, nel territorio compreso tra Edessa e Carrhae, avvenne “un fatto inaudito nell’epoca imperiale”[4]: l’imperatore insieme con il suo stato maggiore e a migliaia di uomini del suo esercito vennero fatti prigionieri da Shapur in seguito ad una rovinosa sconfitta.
Fig. 6 (Naqsh-i-Rustam. Il rilievo rupestre rappresenta il Re dei Re Shapur I a cavallo che tiene con la mano destra entrambe le mani dell’imperatore Valeriano, suo prigioniero, e che riceve l’omaggio di Filippo l’Arabo sconfitto durante la sua seconda campagna contro l’Impero romano. Foto di J. Lendering dal sito http://www.livius.org).
RES GESTAE DIVI SAPORI Il Re dei Re sassanide celebrò la sua grandezza e le sue tre vittoriose campagne militari condotte contro l’impero romano[5], l’ultima delle quali aveva portato alla cattura di Valeriano in battaglia, nelle RES GESTAE DIVI SAPORI. Questo straordinario documento epigrafico trilingue (in pehlevi sassanide, pehlevi partico e in greco) fu scolpito sopra tre lati della parte inferiore del monumento achemenide, chiamato Ka’aba di Zoroastro, a Naqsh-i-Rustam (vicino a Stakhr in Perside).
Fig. 7 (La Ka’aba di Zoroastro da Ghirshman R. Arte Persiana. Parti e Sassanidi. Milano 1962).
Qui di seguito sono riportati alcuni passi salienti di questa iscrizione, riguardanti proprio la cattura di Valeriano: « […] durante la terza campagna, non appena attaccammo Carrhae e Edessa il Cesare Valeriano marciò contro di noi. Aveva con lui truppe che provenivano dalla Germania, dalla Retia, dal Norico, dalla Dacia, dalla Pannonia [...] dalla Mesopotamia: una forza di sessantamila uomini. Aldilà di Carrhae e Edessa ci fu una grande battaglia con il Cesare Valeriano. Il Cesare Valeriano lo facemmo prigioniero noi stessi con le nostre proprie mani; e il resto dello stato maggiore di questo esercito: prefetto del pretorio, senatori, e ufficiali, tutti li facemmo prigionieri. E li abbiamo deportati nella Perside. La Siria, la Cilicia e la Cappadocia, le abbiamo incendiate, devastate, saccheggiate. In questa terza campagna abbiamo conquistato all’impero romano: la città di Samosata e il paese pianeggiante [...]. E gli uomini catturati nell’impero romano, al di fuori dell’Iran li abbiamo deportati. E nel nostro impero dell’Iran, in Perside, in Parthia, in Susiana e nell’ Asôrestân e in ogni altro paese dove c’erano dei domini dei nostri padri, dei nostri nonni e dei nostri antenati, là noi li abbiamo stabiliti. [...][6]». (traduzione dell’autore)
Gallieno abbandona il padre al suo destino
Fig. 8 (Gallieno. Antoniniano, circa 257. Zecca di Mediolanum R.I.C. 387).
Gallieno, in un impero economicamente molto debole, devastato da guerre su ogni confine, ribellioni, rivolte e lotte per il potere, dovette ragionevolmente rinunciare a liberare suo padre con le armi o con un ingente riscatto. Lo storico Santo Mazzarino, a proposito della rinuncia di Gallieno a liberare suo padre Valeriano, scrive: “D’altra parte non c’era modo di recuperare il prigioniero; circa quattrocento anni prima, quando il seleucide Demetrio II era caduto prigioniero dei Parti, nel 140 a.C., lo stato seleucidico si era dissanguato in una spedizione che avrebbe dovuto liberarlo; il prudente Gallieno non tentò alcuna spedizione del genere, né poteva”[7].
Cui prodest? La cattura di Valeriano non fu vista da tutto l’impero come una catastrofe: le numerose comunità cristiane, duramente perseguitate dalle due leggi promulgate dai due imperatori (nel 257 e nel 258)[8], trovarono finalmente un po’di tregua a questo sanguinoso periodo proprio a seguito della cattura di Valeriano, infatti Gallieno poco dopo il 260 sospese le leggi contro i cristiani e restituì loro cimiteri, proprietà e una certa libertà di culto. La sorte favorì anche i cristiani deportati nell’Impero sassanide, questi trovarono nello stato persiano una tolleranza e un benessere persino maggiore che nell’Impero romano, il quale da decenni li perseguitava, e fu anche grazie alla loro opera che il cristianesimo fece proseliti anche in Oriente.
La deportazione e la scomparsa Le fonti cristiane[9] sono le uniche che concludono, con poca attendibilità storica, il racconto sulla vita di Valeriano, aggiungendovi particolari cruenti ed episodi di pura fantasia, sfogando così il loro risentimento nei confronti del Nero redivivus[10] e mettendo in evidenza l’ineluttabile punizione divina che colpisce i persecutori. Lattanzio, scrittore cristiano vissuto a cavallo tra il III e il IV sec. d.C., descrive così ciò che accadde al corpo dell’imperatore dopo la sua morte: [...] raggiunta la fine di una vita infamante, gli levarono la pelle e la tinsero di rosso dopo aver tolto le viscere, per porla in un tempio di divinità barbare, in commemorazione di una così eclatante vittoria [...][11]. Ma in verità la triste sorte di Valeriano, nel periodo successivo alla sua cattura ci è sconosciuta, quasi certamente fu deportato in Susiana a Gundeshapuhr e lì morì prigioniero pochi anni dopo. Secondo la tradizione orientale e le testimonianze archeologiche, Shapur, utilizzò Valeriano e gli altri prigionieri romani[12] per varie opere di architettura e di ingegneria nella zona di Gundeshapur, tra queste spicca la costruzione di una diga situata a Shoshtar.
Fig. 9 (Shoshtar, diga probabilmente costruita dai prigionieri romani catturati durante il regno di Shapur I da Ghirshman R. Arte Persiana. Parti e Sassanidi. Milano 1962).
Questa diga chiamata appunto Band-e-Kaisar (la diga dell’imperatore), è un mirabile esempio delle capacità degli ingegneri presenti all’interno delle truppe romane, imponente e lunga più di 1500 piedi fu utilizzata fino agli inizi del ‘900 per convogliare le acque del fiume di Karun nei campi attigui.
Bibliografia A.A.V.V. Introduzione alla storia di Roma. Milano 1999, pp. 410 – 413. Christensen A. L’iran sous les Sassanides. Copenhagen 1944. De Blois L. The policy of the emperor Gallienus. Leiden 1976, pp. 1-22. De Regibus L. La monarchia militare di Gallieno. Roma 1972 (ristampa anastatica), pp. 15-43. Gagé J. La montée des Sassanides et l’heure de Palmyre. Paris 1964. Ghirshman R. Arte Persiana. Parti e Sassanidi. Milano 1962. Göbl R. Die Munzpragung der Kaiser Valerianus 1., Gallienus, Saloninus (253-268), Regalianus (260) und Macrianus, Quietus (260-262), Wien 2000. Grant M. Gli imperatori romani. Roma 1996, pp. 160 -163. Histoire nestorienne inédite: chronique de Séert. Première partie. Parigi 1919 Lactantius, De mortibus persecutorum. Oxford 1984, pp. 1-15. MacDonald D.J. “The Genesis of the 'Res Gestae Divi Sapori” in Berytus 27, 1979, pp. 77-83. Maricq A. RES GESTAE DIVI SAPORI in Syria, 1958, pp. 293-360. Mazzarino S. L’impero romano, Vol. II°. Bari 1973, pp. 523-533. Millar F. The Roman Near East. Londra 1993. Selinger R. The mid-third century persecutions of Decius and Valerian. Frankfurt am Main 2002, pp. 83-95. Sutherland C.H.V. Roman Imperial Coins, Vol. V° Part I. Londra 1967. [1] Le zecche dell’Armenia iniziarono a battere moneta per l’Impero sassanide solamente a partire dal regno di Varhran V (420-438).
[2] I fatti storici relativi alla prima parte dell’impero di Valeriano ci portano a pensare che gli antoniniani battuti ad Antiochia da Valeriano, recanti la legenda RESTITUT ORIENS
debbano essere post-datati al 254 (C.H.V. Sutherland. Roman Imperial Coins, Vol. V° Part I. Londra 1967, pg. 33 e pg. 60). [3] C.H.V. Sutherland. Roman Imperial Coins, Vol. V° Part I. Londra 1967.
[4] S. Mazzarino. L’impero romano, Vol. II°. Bari 1973, pp. 523-533.
[5] Il primo scontro fu con il giovane imperatore Gordiano III nel 244, il secondo scontro fu con Filippo l’Arabo nel 248 (il quale fu costretto a pagare un tributo a Shapur in cambio
della tregua) e l’ultima scontro fu con Valeriano.
[6] A. Maricq. RES GESTAE DIVI SAPORI in Syria, 1958, pp. 293-360.
[7] S. Mazzarino. L’impero romano, Vol. II°. Bari 1973, pp. 523-533.
[8] Queste leggi portarono al martirio dei vescovi Cipriano di Cartagine, Sisto II di Roma e Fruttuoso di Terracona. R. Selinger. The mid-third century persecutions of Decius and
Valerian, Frankfurt am Main 2002, pp. 83-95
[9] Lactantius, De mortibus persecutorum. Oxford 1984, pp. 1-15 e Histoire nestorienne inédite: chronique de Séert. Première partie. Parigi 1919.
[10] S. Mazzarino. L’impero romano, Vol. II°. Bari 1973, pp. 523-533.
[11] Lactantius, De mortibus persecutorum. Oxford 1984, pp. 1-15.
[12]Certamente a tutti i prigionieri catturati insieme a Valeriano bisogna aggiungere anche il gran numero di prigionieri romani che erano già presenti all’interno dello territorio
sassanide, catturati durante le varie scorrerie di Shapur I in Siria, Mesopotamia e Armenia a partire dal 240.
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